Terrorismo, guerre e disastri: come spiegarli ai bambini
Quando le notizie fanno paura agli adulti, i bambini se ne accorgono anche se nessuno ne parla. Ecco come affrontare il discorso con parole adatte alla loro età, partendo dai consigli dell'UNICEF.

Un attentato, una guerra, un'alluvione: certe notizie entrano in casa dalla televisione, dal telefono, dai discorsi a scuola. Proteggere i bambini non significa fingere che non sia successo niente, ma aiutarli a dare un senso a ciò che hanno già visto o sentito, con parole che possono reggere.
Le indicazioni che seguono partono dalla guida dell'UNICEF come parlare ai bambini di conflitti e guerre e la applicano anche ad attentati e disastri; gli esempi di frasi per età sono suggerimenti del sito. Se tuo figlio mostra un disagio che non passa, il pediatra è il primo riferimento.
Cosa consiglia l'UNICEF
La guida dell'UNICEF parte da un'osservazione: le notizie di conflitti possono provocare paura, tristezza, rabbia e ansia ovunque si viva, e i bambini cercano nei genitori un senso di sicurezza, ancora di più nei momenti di crisi. I punti principali sono questi.
- Scopri cosa sanno e come si sentono. Scegli un momento tranquillo, per esempio durante un pasto in famiglia, e cerca di non affrontare l'argomento subito prima di dormire.
- Resta calmo e usa parole adatte all'età. I bambini prendono dagli adulti i segnali emotivi, quindi l'UNICEF suggerisce di non riversare su di loro le proprie paure e di fare attenzione anche all'espressione del viso.
- Va bene non avere tutte le risposte. Con i più grandi si può cercare insieme, su fonti affidabili.
- Diffondi compassione, non pregiudizio. Evita etichette come «persone cattive» e approfitta del discorso per incoraggiare la compassione, per esempio verso le famiglie costrette a lasciare la propria casa.
- Racconta chi aiuta. È importante che i bambini sappiano che ci sono persone che si aiutano con coraggio e gentilezza; fare qualcosa, anche di piccolo, può dare molto conforto.
- Chiudi con cura e continua a chiedere come stanno nei giorni successivi.
- Limita il flusso di notizie, anche nei discorsi tra adulti, e prenditi cura di te: i bambini percepiscono la tua reazione.
Un dettaglio della guida: i bambini più piccoli possono non distinguere le immagini sullo schermo dalla propria realtà e pensare di essere in pericolo immediato, anche se ciò che vedono accade lontano.
Come parlarne a ogni età
Le frasi che seguono sono esempi nostri, da adattare a tuo figlio. Tu lo conosci meglio di chiunque altro.
Fino a 5-6 anni
Spesso il bambino piccolo non ha bisogno di sapere cosa è successo, ma di sapere che è al sicuro. Rispondi solo a ciò che chiede.
| Se chiede… | Puoi rispondere… |
|---|---|
| «Cosa è successo?» | «In un posto lontano è successa una cosa brutta. Molte persone stanno aiutando.» |
| «Succederà anche a noi?» | «Noi siamo al sicuro. Noi ci prendiamo cura di te.» |
| «Perché la mamma è triste?» | «Ho sentito una notizia triste. Non è colpa tua, e passerà.» |
Dai 6 ai 10 anni
È l'età delle domande precise e delle voci di corridoio a scuola. Prima di spiegare, chiedi: «Cosa hai sentito?». Così correggi le informazioni sbagliate senza aggiungere dettagli che non servono.
- spiega i fatti essenziali, senza immagini e senza numeri di vittime;
- distingui chiaramente «lontano» e «vicino», «ieri» e «adesso»;
- ricorda le persone che aiutano: soccorritori, medici, volontari;
- se ti chiede se potrebbe succedere a voi, non promettere ciò che non sai, ma ricorda tutto ciò che vi protegge.
Preadolescenti
I ragazzi più grandi vedono spesso le notizie sui social prima che tu ne parli. Qui serve più ascolto che spiegazione: chiedi cosa hanno visto, cosa ne pensano, cosa li preoccupa. È anche l'occasione per parlare di fonti affidabili, come suggerisce l'UNICEF.
I segnali da osservare nei giorni successivi
L'UNICEF consiglia di fare attenzione ai cambiamenti nel comportamento o nell'umore, come mal di pancia, mal di testa, incubi o difficoltà a dormire. I più piccoli possono diventare più «appiccicosi» del solito, gli adolescenti mostrare un dolore o una rabbia intensi. Secondo la guida molte di queste reazioni durano poco e sono normali di fronte a eventi stressanti; se però durano a lungo, il bambino può avere bisogno di un supporto specialistico. In quel caso parlane con il pediatra.
Un bambino spaventato può essere più irrequieto del solito: se senti che la pazienza sta per saltare, leggi cosa fare se scappa una sculacciata.
Chiudere la giornata con qualcosa di buono
Se la conversazione avviene vicino all'ora di dormire, la guida dell'UNICEF suggerisce di chiudere con qualcosa di positivo, come leggere una storia preferita. Una delle nostre storie divertenti per bambini può servire proprio a questo.
Rispondere alla domanda che il bambino sta davvero facendo vale anche per temi leggeri, come chiedersi se Babbo Natale esiste. Altre guide sono nella sezione genitorialità.
Domande frequenti
Devo parlare ai bambini di un attentato o di una guerra?
Dipende dall'età e da cosa sanno già. I più piccoli spesso hanno solo bisogno di sentirsi al sicuro; dai sei anni in su è probabile che ne abbiano sentito parlare. L'UNICEF consiglia di partire chiedendo cosa sanno e come si sentono.
A che età spiegare le notizie brutte ai bambini?
Non esiste un'età fissata da una fonte ufficiale. Conta ciò che il bambino ha già visto o sentito: se arriva con una domanda, merita una risposta onesta e adatta a lui.
Come capire se mio figlio è turbato da una notizia?
L'UNICEF indica come possibili segnali mal di pancia, mal di testa, incubi, difficoltà a dormire, un attaccamento maggiore nei più piccoli e rabbia o dolore intensi negli adolescenti. Se questi segnali durano a lungo, parlane con il pediatra.
È giusto dire ai bambini che siamo al sicuro?
L'UNICEF suggerisce di rassicurarli, per quanto possibile, che sono al sicuro e di ricordare che molte persone lavorano per aiutare. Evita però promesse che non puoi mantenere: meglio parlare di tutto ciò che vi protegge.
I bambini dovrebbero guardare il telegiornale?
L'UNICEF consiglia di limitare l'esposizione alle notizie e di valutare di spegnerle quando ci sono bambini piccoli. Con i più grandi propone di parlare di quanto tempo passano sulle notizie e di quali fonti si fidano.