Sette giorni in ospedale. Il racconto di una mamma che ha detto no alle regole.

Se le regole dell’ospedale sono troppo rigide.

“Quando un bambino sta male anche i genitori hanno bisogno di cure”.

Questa frase l’ho letta su un poster all’interno dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma.

E’ una frase che mi ha toccato molto. Anche la grafica del cartello era molto toccante: il volto sconvolto e preoccupato di una giovane mamma.

Non è facile per noi genitori fronteggiare situazioni in cui i nostri bambini sono fragili e in cui, forse,  noi lo siamo più di loro.

Oggi vorrei parlarvi dell’esperienza di Elena, una mamma di Roma che ha avuto la sfortuna di dover portare sua figlia in ospedale. E lo faccio riportando un suo post trovato per caso su facebook. Naturalmente ho chiesto ad Elena il permesso di riportare in questo articolo le sue parole. Vi dico già che la storia della piccola Elisa si è risolta nel migliore dei modi.

E’ tornata a casa con la sua mamma e sta bene. Elena ci tiene, e ci tengo anche io, a raccontare la sua esperienza per far capire a tutti che talvolta, al di la di tutte le regole, al di la di tutte le cure, quello di cui un bimbo ha bisogno è solo il calore della mamma. Buona lettura.

Elena è una delle tante mamme che cercano di essere se stesse ma che puntualmente vengono criticate, invitate a comportarsi diversamente e persuase dall’essere come sono.

Il racconto di Elena, mamma di Elisa

“Ciao mamme. Sono 24 ore che sono tornata a casa con mia figlia Elisa e volevo condividere con voi alcune riflessioni dopo una settimana passata in ospedale.

Vi faccio un piccolo quadro della situazione, tanto  per iniziare. Lo scorso Sabato sera, mia figlia Elisa ( 4 anni e mezzo) respirava male. Aveva 40.7 di febbre. Pur cercando di mantenere la calma entro nel panico perché Elisa è  da 5 giorni sotto antibiotico per una bronchite. Da circa 24 ore la febbre è 38.5. Non scende con niente, solo con la tachipirina ma per pochissimo tempo.

La mia pediatra  è fuori Roma. Strana coincidenza. Lei   è sempre disponibile, come lo sono anche la sua sostituta ed il sostituto della sostituta. Io e mio marito, disperati, ci facciamo coraggio e decidiamo di portarla al pronto soccorso pediatrico del Bambino Gesù. Quando arriviamo alla sede di  S. Paolo ci dicono che il pronto soccorso è chiuso da un mese. Dirottiamo verso il San Camillo. Non c’è  tempo per arrivare in centro o al Policlinico Umberto I.

Sono le 19 di sabato sera e un muro di macchine ci impedisce di arrivare. Per fortuna la febbre nel frattempo è un po’ scesa. La diagnosi ci fa rabbrividire. Elisa ha la polmonite e necessita di ricovero.

L’ospedalizzazione è risultata da subito difficile.

Le infermiere del reparto sono dei veri ghiaccioli, i letti hanno sbarre di alluminio, i corridoi sono colorati e allegri ma attorno a noi tutto diventa grigio. Dalle stanze arrivano i pianti di bambini piccoli e piccolissimi. Sono un ammasso informe di paura, angoscia, disorientamento e provo un certo disgusto a stare in ospedale.

Cerco di pensare solo a mia figlia e a quello che è bene per lei.

In pronto soccorso le hanno fatto un prelievo di sangue e le hanno messo un accesso venoso. La attaccano ad una flebo collegata ad un apparecchio blu. Cerco di far capire a Elisa che quell’aggeggio strano le è amico, la aiuterà a farla stare meglio. Con grande fatica cerco di farle visualizzare un viso tra i pulsanti che lo ricoprono, un viso sorridente. Ho promesso a mia figlia che in ospedale ci sarebbero venuti a trovare delle persone meravigliose con il naso rosso e lei ne chiede continuamente notizie a chiunque incontriamo.

Le regole dell’ospedale non permettevano alla mamma di dormire accanto alla sua bambina

Nel frattempo l’altra mamma che era già nella stanza mi informa sulle regole del reparto. Ci sono dei fogli appesi, ma chi li ha visti?. Parliamo con il medico di turno, o meglio rispondiamo alle sue domande, poi mio marito torna a casa. Alla fine metto la bambina a letto, sono le 22.30. Elisa vuole dormire con me, come sempre, quindi salgo sul letto con lei. La mamma nella stanza mi dice che non è permesso. E’ contro il regolamento. La ignoro e scopro il seno, che mia figlia mi supplica di avere. Ha smesso un anno fa di succhiare ma per lei il saluto al seno prima di dormire è un rito, cosi come la ninna nanna. Elisa si attacca e succhia come una bambina di un anno, la lascio fare, sono felice. Dico alla mamma che mi aveva avvisata delle regole che noi dormiamo sempre cosi e che io la mamma la so fare solo così.

Succhiare prima di dormire

 È la pura verità. Non conosco niente che aiuti mia figlia come prendere il seno, niente mi fa sentire bene come farla addormentare fra le mie braccia, pelle contro pelle. Malgrado il lettino troppo corto per me, malgrado i pianti che echeggiano, malgrado lo strazio del respiro affannoso e gracchiante del bambino di soli 8 mesi disteso dietro di me, riesco ad addormentarmi per qualche ora. Sono successe molte cose nei successivi 6 giorni, ma mia figlia è stata meravigliosa, sono orgogliosa di come ha affrontato questi giorni in ospedale, il dolore delle punture, la mancanza del suo ambiente, del padre, dei suoi fratelli a 4 zampe. Era guardata come esempio da tutti i bambini del reparto e ciucciava ,  ciucciava alla grande! Mi sono sentita dire le solite cose da tutti: mamme, infermiere, dottori. Me ne sono fregata alla grande! Sapevo che mia figlia aveva bisogno di me e del mio seno. Non gliel’ho mai negato. Sono certa di non avere più nemmeno una goccia di latte, ma Elisa la pensa diversamente. Al ritorno a casa mi ha detto che avevo di nuovo il latte nel seno e che lei lo voleva. Le ho detto che l’avrei accontentata per quella prima sera, ma che poi avrebbe dovuto darmi solo dei bacini e che non avrei ricominciato ad allattarla.

Volevo condividere questa mia esperienza di amore nel dolore con, la mia tribù, certa che qualcuna la leggerà e se ne ricorderà. Lo spero tanto perché quei bambini che erano in ospedale avevano bisogno che la loro mamma dormisse con loro e che desse loro il seno. Vi abbraccio tutte con immenso affetto!”

Elena ha scritto questo racconto che ha condiviso all’interno del gruppo facebook  1000 mamme una tribù. Gruppo che conta ormai più di 4mila membri. “L’ho scritto – racconta Elena – per poter aiutare le altre mamme e per cercare di rompere queste regole assurde e contro natura che gli ospedali ci impongono. Durante il mio percorso di gravidanza e allattamento sono stata sostenuta dalla Leche League. Un grandissimo e immenso affetto mi lega a loro e a Stefania Mandrella in particolare. Ho seguito anche l’associazione “La goccia magica”, poi “La città delle mamme di Frascati” con  Elisabetta Fenocchio e ora il gruppo “1000 mamme una tribù” con Nastasia  Morin. Cito queste persone per ringraziarle. Non sarei la mamma che sono se non fossi stata così ben consigliata”.

Ridere per vivere ospedale bambino gesù
Elisa con le volontarie dell’Associazione Ridere per vivere

Nella foto: Elisa con i nasi rossi dell’associazione Ridere per Vivere

 

Se ti va,  condividi i miei post blog con le tue amiche e metti un like alla mia pagina Facebook. Il mio blog per la tipologia degli argomenti trattati, poco si presta alle pubblicità delle multinazionali che ruotano attorno al business delle mamme e dei bambini. Io non accetto sponsorizzazioni di alcun tipo.

di Annarita Carbone