Il giornale ha messo le gambe

Stamattina ce l’ho fatta. Ho finalmente comprato il giornale. Dopo giorni e giorni in cui non riuscivo, (sono in vacanza con i miei bimbi), ho realizzato il mio piccolo desiderio: comprare la Repubblica per leggerla sotto l’ombrellone non appena Dario (2 anni) si fosse addormentato.

Stavo quasi per metterlo in borsa quando poi ho deciso di poggiarlo nel carrello della spesa e, come da copione, alla fine della spesa, l’ho dimenticato li.

Dopo circa 15 minuti (ero già arrivata a casa e stavo sistemando la spesa) mi accorgo della dimenticanza. Riprendo la macchina e torno al supermercato.

Speravo, anzi, ero convinta di ritrovarlo nel carrello. Quando ho visto che non c’era, ho pensato che l’avessero  consegnato in direzione e sono andata a verificare di persona.

“Scusate – ho detto al personale – ho lasciato il giornale nel carrello. Per caso lo hanno consegnato a voi?

La direttrice, dopo un attimo di esitazione, scoppia a ridere e chiama la sua vice. Anche lei, appresa la notizia, scoppia  a ridere.

“Lei crede davvero che qualcuno possa riconsegnarle il giornale – starnazzano le due ochette giulive”.

Non solo lo credo –  penso io –  ma ne sono assolutamente sicura perché è proprio così che avrei fatto io se fosse successo a me.

Torno in macchina e vedo la faccia sconsolata di mio figlio Antonio (6 anni): “Dov’è il giornale mamma”?

 “Lo hanno portato via – rispondo io di getto ingranando la marcia e filando via come un razzo”.

Dopo qualche minuto mi rendo conto che il bambino era diventato estremamente silenzioso e a tratti quasi preoccupato.

“Lo hanno rubato vero mamma”?

“Si amore – rispondo senza pensare alle conseguenze di ciò che stavo dicendo”.

La tristezza sulla sua faccia mi ha fatto venire un tuffo al cuore. Mentre lo guardavo riflesso nello specchietto retrovisore pensavo: “Come posso esser stata così sciocca e indelicata”?

Ho raccontato la verità al bambino in un modo così schietto solo perché ero arrabbiata con le due donne e con la persona che aveva portato via il mio giornale.

E’ stato in quel momento che sono riuscita ad emigrare dal mio stato d’animo e ad entrare in contatto con il piccolo. In un contatto vero.

“Antonio – gli ho detto quasi come avessi avuto una folgorazione. Il giornale non è stato rubato. Ha deciso di andarsene. Ha messo le gambe ed è uscito dal negozio. Lo immagino già mentre passeggia sul bagnasciuga della spiaggia con tutte le persone che lo guardano incredule. Con il vento che c’è oggi, potrebbe essere già quasi a Roma”.

E’ stato allora e solo allora che sul viso del mio bimbo è tornato il sorriso. I brutti pensieri sono stati scacciati via da questa storiella ridicola ma efficace.

E anche se all’inizio ha fatto un po’ di resistenza, cercando di farmi notare che un giornale è un giornale e che non può farsi spuntare le gambe, a metà della storia ha iniziato a partecipare immaginando che le pagine fossero volate e stessero ora in giro per il mondo, visitando luoghi sconosciuti e finendo poi nelle mani di chissà chi. Io non ho più trovato il giornale ma almeno ho ritrovato il sorriso di mio figlio. E la prossima volta, quando succederà una cosa simile, anziché sparare a zero e dire la prima cosa che mi capita, conterò fino a dieci, cento, mille. Perché i bambini, in un certo senso, vanno protetti e difesi da una realtà che può essere difficile da accettare. Non dicendo loro bugie ma utilizzando la fantasia che non guasta mai.