Violenza ostetrica. Maglia nera alla Capitale.

Violenza ostetrica

Che cos’è la violenza ostetrica? Le donne che partoriscono a Roma lo sanno bene. E lo spiegano così.

Abusi, forzature e medicalizzazioni estreme perpetrate in sala parto hanno un nome: violenza ostetrica. Già qualche mese le mamme  italiane hanno iniziato a denunciare tramite le associazioni e i social network, stanche di dover sottostare a protocolli rigidi e  pratiche irrispettose e inutili.

La testimonianza shock dell’ostetrica: cesarei senza anestesia.

Marina (nome di fantasia), lavora in un noto ospedale romano da oltre 2mila i parti l’anno. “Ho assistito a cesarei eseguiti senza motivo – spiega –  giustificati ai genitori con delle bugie. La cosa atroce è che questi cesarei,  a volte,  vengono eseguiti prima che l’anestesia faccia effetto. L’ importante è che si proceda prima del cambio di turno.  Nessuno pensa al benessere e alla tranquillità della mamma. La cosa importante è sbrigarsi e non avere problemi”.

Gabriella Pacini, ostetrica dell’associazione Vita di donna e autrice del testo teatrale “Il mestiere più antico del mondo” (in scena in questi giorni a Roma e Bologna) ha raccontato attraverso il teatro,  anni di violenza ostetrica a cui ha assistito. “Nelle sale parto – racconta – succede ciò che accadeva anni fa in psichiatria dove abusi e violenze passavano come trattamenti sanitari. Durante la formazione ci hanno insegnato addirittura a legare le donne al lettino. In molti ospedali non è possibile scegliere la posizione in cui partorire. In altri ospedali, come il Cristo Re, dove si pratica il VBAC ( Vaginal Birth after cesarean) puoi sceglierla ma non c’è il rooming-in (mamma e bambino insieme h24) e dopo il parto il bambino viene comunque allontanato dalla mamma e questa è un’altra forma di violenza.

“Molte donne – continua Gabriella – non si rendono conto di subire violenza in quel momento. Pensano che sia la prassi ospedaliera. E la denuncia arriva solo se qualcosa va storto. Altrimenti il lieto evento pone tutto, o quasi tutto,  in secondo piano”.

Gli abusi del personale sanitario raccontati dalle mamme.

I racconti raccapriccianti delle mamme infiammano i social.

Ho intervistato molte mamme. Pochissime quelle che hanno partorito secondo il rispetto della fisiologia. “L’ostetrica faceva le parole crociate – racconta Anna, 35 anni. Primo parto in un noto ospedale romano. Le chiedevo aiuto perché dovevo vomitare. Quasi mi ignorava. Poi arriva il ginecologo, non mi saluta, non si presenta, si mette i guanti e mi rompe il sacco. Io urlo dal dolore. Dice che se non la smetto va via e poi mi devo arrangiare. Dopo un po’ fanno uscire mio marito, mi portano in sala parto e fanno del mio corpo ciò che vogliono. Subisco episiotomia, (taglio della vagina) manovra di Kristeller (salti sulla pancia per far uscire il bambino), per due volte usano la ventosa e poi il forcipe. Mia figlia nasce con la clavicola rotta, lividi sul viso. Io lacerata nella carne e nell’anima”.

“Il ginecologo mi ha fatto partorire con cesareo 15 giorni prima del previsto. Doveva andare in ferie. Era agosto – Rebecca, 32 anni”.

Mara 37 anni: “Non volevo il taglio (episiotomia ndr)  ma il dottore con le forbici nella mano non ha avuto pietà. Ho sofferto di incontinenza per un anno”.

“Ero in sala parto da 5 ore e non riuscivo a dilatarmi – racconta Laura, 31 anni. L’ostetrica entra, mi dilata le gambe e mi rompe il sacco. Un vero stupro. Mi hanno praticato tante manovre inutili e alla fine ho avuto un cesareo. Mi hanno sbeffeggiata: “Almeno così capite che i figli non si trovano sotto il cavolo, mi hanno detto”. Come lei anche Carla e Sara.

La denuncia in tribunale: “Ci hanno rovinato la vita”.

La peggio è toccata a Marina (nome di fantasia). Oggi dopo due anni, continua la sua battaglia legale contro una importante clinica romana e contro medici e ostetriche presenti in sala parto. “Mi hanno indotto il parto quando la bimba era ancora alta – racconta Marina. La rottura del sacco è stata dolorosissima. Poi mi sono saltati addosso in quattro rompendomi una costola. Dopo l’episiotomia hanno iniziato a tirare fuori la bimba con la ventosa. Quando è nata era viola. Non piangeva, non respirava”.

Il racconto di questa mamma si ferma per un attimo. E poi riprende, con la voce sofferente. “Asfissia cerebrale – confessa Marina. Oggi la mia piccola ha due anni e i danni di quell’edema cerebrale si vedono chiaramente. La mia bimba non parla, non riesce a camminare e ogni giorno dobbiamo fare lunghe sedute di fisioterapia. Ci hanno rovinato la vita. Ho denunciato tutti. Non tanto per me ma per le mamme che verranno. Purtroppo la lentezza della giustizia italiana non aiuta”.

La lotta delle associazioni.

A Roma è l’associazione Freedom For Birth Rome Action Group , attiva dal 2012, che si occupa di sostenere ed aiutare queste donne. Virginia Giocoli è il legale che le segue: “Le donne ci chiedono aiuto, anche attraverso i social. Alcune denunciano la violenza a posteriori, altre chiedono aiuto quando sono ancora in degenza. Purtroppo non sappiamo ad oggi quante siano le denunce in tribunale”.

Intanto l’onorevole di Sinistra Italiana Adriano Zaccagnini ha lanciato una  proposta di legge affinchè venga riconosciuto  il reato di violenza ostetrica.

Dati allarmanti

I dati sono allarmanti. Roma non è un paese per nascere. Almeno non secondo natura. Non  un solo ospedale che segua le linee guida dettate dall’OMS per eliminare l’abuso e la mancanza di rispetto durante l’assistenza al parto presso le strutture ospedaliere. Problema comune un po’ a tutta Italia ma che suona come un pugno nello stomaco quando parliamo della Capitale.

Sono 36 gli ospedali dislocati in tutta la provincia. 9 le aziende ospedaliere romane. 20 di questi hanno ricevuto il cosiddetto bollino Rosa (particolare attenzione per la salute della donna). Nessuno però ha i requisiti necessari richiesti da Unicef e Oms per ottenere la certificazione di “Ospedale amico dei Bambini”. Requisiti mancanti anche negli altri 19 ospedali del Lazio (7 Frosinone, 9 Latina, 3 Rieti).

Valeria è alla seconda gravidanza. Il suo bimbo è podalico. “Nessun ospedale romano vuole considerare l’idea di farmi partorire senza cesareo. Dovrò farmi 800 chilometri e arrivare all’ospedale pubblico di Vipiteno dove mi assisteranno per il parto naturale”.

Benchè in lieve calo, è ancora alta la percentuale dei cesarei a Roma e nel Lazio: 39% (18.741 bambini su  48.050 nati vivi). Percentuale che cala al  27,7% se parliamo di primo parto. Ben lontana dal tetto del 15% imposto dall’OMS. “Un risultato positivo – commentano dalla Regione. Nel 2014 e nel 2013 il tasso era 41,3%. Il calo è merito dei disincentivi applicati sui parti cesarei”.

Alta anche la percentuale delle episiotomie. Benché l’Oms la sconsigli, e raccomandi un utilizzo inferiore al 5%, nel Lazio viene praticata nel 60% dei casi. “Dato deficitario – spiega Gabriella Pacini. Si tratta di una stima molto approssimativa. Il Lazio non dispone di dati. Al contrario della Toscana che sta monitorando da tempo l’utilizzo di questa pratica chirurgica, tra le più diffuse al mondo”.

Pagare per partorire

E poi c’è chi si sente costretto a pagare per essere assistito. Maria Rosaria: “Volevo partorire nell’ospedale in cui lavorava il mio ginecologo. Ho dovuto scegliere l’intramoenia e pagare 6mila euro, altrimenti mi avrebbero dirottato in un ‘altra struttura”.

E tu mamma, ti senti di raccontare la tua? Le cose devono cambiare. Lascia un commento per far conoscere la tua storia.

 

di Annarita Carbone

 

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