Il mio Parto Innaturale

Gravidanza e parto

Quando mi chiedono se ho partorito naturalmente rispondo di no. Allora hai partorito con cesareo? Allo stesso modo rispondo no. Ho partorito con parto innaturale.

Ho avuto un travaglio “infernale”.  Dopo l’induzione forzata a 41 settimane di gestazione sono stata 16 ore in sala travaglio e 10 ore in sala parto.  Poi alla fine tra spintoni, urla, flebo di ossitocina, epidurale e bisturi, è nato il mio bambino. Sano per fortuna. La sua testa era incastrata nel canale del parto. Così mi hanno detto i medici. E allora hanno deciso, dopo 26 ore, per il taglio cesareo.  “Avremmo dovuto aspettare le trenta ore di prassi signora – mi ha detto il ginecologo di turno –  ma la vediamo esausta e il bambino potrebbe andare in sofferenza, quindi interveniamo”.

Inizialmente pensavo fosse normale che medici e infermiere stessero accanto a me in quella maniera. Loro sono più esperti, sanno cosa fare, mi ripetevo in continuazione. Loro sanno come intervenire. Io no. Devono prendere la pressione, monitorare, visitare, rompere le acque, infilare continuamente aghi e somministrare flebo. E’ il loro lavoro e io devo stare buona e collaborare.  Durante tutto il marasma però, nel profondo del mio cuore, sapevo che tutto quell’andirivieni di persone, luci abbaglianti e quell continuo vociferare, mi inibiva. Per non parlare di quel poveretto di mio marito, costretto a stare in piedi per quasi 20 ore. Mi faceva una gran pena. Neanche una sedia gli spettava. “Non ne abbiamo –  ci disse l’ostetrica”.

In quelle condizioni non riuscivo a concentrarmi totalmente su me stessa e sul mio corpo. Infatti, dopo 26 ore, nonostante le contrazioni ravvicinate, la dilatazione era ancora minima: solo 4 centimetri. Dopo il parto, avevo finalmente il mio bimbo tra le braccia ma niente, pochi secondi e qualcuno è arrivato portandolo via. Hanno detto che avrei dovuto aspettare le due ore di prassi prima di averlo. Io invece avrei voluto stringerlo subito tra le mie braccia e allattarlo.

Ma chi decide questa prassi? Gli ospedali o la legge italiana? Non mi era chiaro. Allora ho cercato di documentarmi e ho scoperto, ma solo dopo 8 anni e due parti medicalizzati, che le donne hanno dei diritti e che bisogna lottare per farli rispettare perché  gli ospedali e la legge italiana non difendono i diritti delle mamme.

Ho scoperto che in Italia il 38% dei parti sfocia in un cesareo e che l’Italia è la seconda nazione in Europa per numero di cesari. Dopo la Turchia che vanta il 47,2 % dei cesarei. Ho scoperto che esiste la “violenza ostetrica”  (Ho fatto un’inchiesta sul tema) e che esiste un gruppo in Italia chiamato Freedom for birth (Rome Action Group) che si batte per affermare il diritto della donna di scegliere come e dove partorire. E tramite loro ho scoperto che esistono le raccomandazioni di Oms e Unicef su gravidanza e Parto .

Il 26 maggio 2016 ho conosciuto l’associazione  Nanay  che ha organizzato la Conferenza: Nascita e allattamento ad una svolta storica per la specie umana? Riscoprire il fuoco: proteggere i bisogni di base della donna in travaglio. Durante la conferenza ho conosciuto persone meravigliose che si occupano di difendere i diritti delle madri diffondendo la cultura della fisiologia della donna durante il parto. Ho ascoltato Michel Odent, Ruth Ehrhardt e Hilda Garst.

Con loro ho imparato che esistono altri modi di partorire. Con loro ho imparato che non serve affrettare le cose, che non è necessario indurre il parto solo perché siamo fuori tempo massimo e che non sempre bisogna intervenire per rompere il sacco durante il travaglio o praticare l’episiotomia, o ancora costringere la mamma in posizione supina. Con loro ho imparato che forse, se avessimo aspettato ancora un po’, il mio bambino sarebbe nato spontaneamente e se le luci fossero state soffuse durante il travaglio, forse la mia ossitocina sarebbe andata in circolo da sola, senza il bisogno di immetterla nel corpo con le flebo in formula sintetica.

Michel Odent e Hilda Garst durante la Conferenza al centro Nanay
Michel Odent e Hilda Garst durante la Conferenza al centro Nanay

Durante la conferenza Michel Odent, pioniere nel campo degli studi sulla nascita, noto a livello internazionale per il suo rigoroso impegno scientifico, ci ha parlato del parto prendendo come esempio gli elefanti. “Guardando gli animali possiamo imparare molto. Le elefantesse – ha spiegato Odent – si mettono tutte attorno alla partoriente ma senza guardarla. Le danno le spalle rispettando così la privacy e proteggendola da eventuali pericoli esterni”. Io ho trovato questo racconto veramente commovente. Loro non fanno come l’uomo. Non disturbano con la loro ingerenza, non si intromettono ma semplicemente vigilano e difendono, lasciando che la mamma faccia tutto.

Ruth Ehrhardt, ostetrica, madre autrice del libro “I bisogni di una donna in travaglio” appena uscito in Italia e tradotto da Hilda Garst  ha parlato dell’importanza del rispetto della privacy della donna e dell’importanza del sostegno tra donne e madri. Ci ha raccontato di come aiuta le mamme di tutto il mondo a partorire in modo naturale, rispettando i loro tempi, i loro luoghi e i loro bisogni primari.

Quello che Hilda Garst, Ruth Ehrhardt e Michel Odent ci hanno raccontato durante la conferenza è che le donne hanno il potere di partorire e che l’intervento del medico serve e come se serve, ma in casi veramente rari ed eccezionali. Questo intervento non deve essere la regola ma l’eccezione.

Per capire meglio di cosa sto parlando ho pensato di proporvi il video di Gabriella Pacini dal titolo La Prestazione.  Buona visione a tutti.

Se ti interessa puoi leggere anche il commento di Michel Odent al video .

 

di Annarita Carbone

 

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