Quando il tuo bambino piange… abbraccialo!

Quando il tuo bambino piange e non sai cosa fare, abbraccialo. Stringilo forte, accarezzalo e guardalo negli occhi. Parlagli con voce amorevole. Cerca di capire cosa sta provando. Funziona!

“Quando piange non capisco cosa vuole”.

Ho incontrato una mamma l’altro giorno. Eravamo entrambe in vacanza.

Entrambe avevamo portato i bambini in piscina, ci stavamo rilassando sul lettino all’interno di un solarium con il camino acceso. I bambini più grandi stavano ascoltando la musica. Io e questa mamma ci siamo guardate. Lei aveva uno sguardo perso, smarrito. Ho capito il suo stato d’animo. Sembrava anche un po’ confusa.

Fissava la sua bambina minuscola, sdraiata su un telo proprio di fronte a lei.

“E’ nuova”, le ho detto io cercando di sorridere.

“Si, ha solo due mesi” mi ha risposto.

“E’ bellissima e molto molto tranquilla” ho affermato.

“La sua tranquillità è solo momentanea – ha affermato la mamma. Di solito piange, piange tutto il tempo e io non so mai cosa voglia, non so mai cosa fare”.

Appena finito di pronunciare queste parole la bambina è scoppiata a piangere.

Questa povera mamma è andata totalmente nel panico, ha iniziato a prendere gli oggetti che aveva davanti, una miriade di giochi colorati tutti luccicanti con appesi dei sonagli. Li muoveva confusamente cercando di accennare falsi sorrisi con la sua faccia che in realtà era tesa. I gridolini che emetteva non aiutavano.

Dopo 5 minuti di pianto e di inutili tentativi di farla smettere, la mamma ha ceduto. Ha chiamato il papà.

Abbraccio pianto

 

Il papà e la sorellina

Il padre della bambina è arrivato. Stringeva per mano la figlia maggiore. Avrà avuto 4 anni, forse 5.

Entrambi hanno guardato la bambina e hanno alzato gli occhi al cielo. La sorellina si è sdraiata accanto a lei e si è messa le cuffie alle orecchie per sentire la musica. Il papà ha preso i giochini e ha iniziato a muoverli proprio come pochi minuti prima stava facendo la mamma.

Tutti tentativi fallimentari. La piccola continuava a piangere.

La mamma l’ha presa, l’ha sistemata nella carrozzina e l’ha portata via. Piangendo.

Dopo qualche ora, a cena, ho visto passare di nuovo quella mamma con la bambina nella carrozzina.

La bimba piangeva e la mamma era sempre più stressata, triste, avvilita.

Finalmente dopo cena ho incontrato la mamma da sola. Forse la bimba dormiva? No, stava con il papà. Piangeva ancora. Lui la teneva in braccio ma non tra le braccia. La teneva con il visetto rivolto verso l’esterno. La schiena della bimba contro il suo petto. La bimba piangeva. Non urlava ma piangeva.

Dopo dieci minuti il papà prende il cellulare e chiama la mamma. Lei arriva, prende la bambina, la mette in carrozzina e si allontana. La bimba continuava a piangere.

alalttamento

 

Il giorno seguente

Il giorno seguente incontro di nuovo questa mamma. La bambina era in carrozzina e non piangeva. Lei si muoveva come se fosse sui cristalli o sulle uova. Faceva i gesti in maniera così lenta, così attenta. Ho pensato che la bimba stesse dormendo. Invece no, era sveglia. E questa volta non piangeva.

“Sto cercando di non farla piangere”, mi ha detto la mamma. E in un batter di ciglio, la bimba ha ricominciato. Vai con il pianto.

Sono una mamma anche io, credo di saper riconoscere il pianto di un bambino. Mi sembrava che quella bambina fosse triste. Si, un pianto non di fame, di sonno o di una necessità particolare. Mi sembrava un pianto di tristezza.

Non è mio stile giudicare una mamma o un genitore. Il giudizio è una cosa che non amo e mi dà anche un po’ fastidio quando mi trovo nella posizione di dover giudicare.

Ma sapete cosa ho pensato? Ho pensato che mai una volta ho visto questa mamma prendere in braccio la sua bambina, attaccarla al seno, oppure semplicemente abbracciarla, cullarla, coccolarla.

Una bimba di soli due mesi che piange non ha bisogno di sonaglini, di giochetti colorati, di trottole o di altre cose simili. Una bimba di due mesi ha bisogno delle braccia della sua mamma o del suo papà, ha bisogno del calore della pelle dei suoi genitori. Ha bisogno di  essere coccolata, ascoltata, capita. La sua schiena sul materassino della carrozzina o di un lettino nel solarium non è quello che la bimba deve sentire.

L’abbraccio ci da la sensazione di capire dove siamo e chi siamo.

Conoscete  Alfred Adler ?

Secondo questo psicoanalista, psichiatra e psicoterapeuta austriaco (fu uno dei fondatori della psicologia psicodinamica),  il bambino, in quanto debole alla nascita, ha un primario bisogno di tenerezza, di essere contenuto, compreso empaticamente dalla madre. E’ la soddisfazione di questo bisogno che gli consente di sviluppare un sentimento di coraggio e fiducia, di indirizzare la compensazione del fisiologico sentimento di inferiorità in senso sociale. Ogni essere umano ha un naturale bisogno di sicurezza che alimenta la sua volontà di potenza ed è grazie al rapporto con la madre che questo tratto può collegarsi all’ambiente prendendo la strada della collaborazione e della cooperazione con gli altri esseri umani. (fonte Medicitalia.it)

Il neonato, ancora di più rispetto al bambino, ha bisogno di capire dove si trova, di sentire il suo corpo, di essere rassicurato fisicamente dalla madre e dal padre. Ha bisogno di una barriera che lo protegga.

Il neonato è stato nove mesi avvolto nell’utero della mamma. Quando esce dalla pancia ha bisogno di stare a contatto con lei ancora di più. Ha bisogno di succhiare, di essere stretto, di essere contenuto.

allattamento

Alcuni studi hanno dimostrato che il contatto affettuoso e sollecito porta benefici in fase di sviluppo.

Alcuni scienziati dell’Università di Notre-Dame, negli Stati Uniti, hanno riscontrato che i soggetti che sono stati più accuditi e coccolati durante i primi mesi di vita, senza essere lasciati soli per molto tempo, se la sono cavata molto meglio in età adulta.

Questi adulti, tra i 600 sottoposti al test, godevano di salute migliore, avevano meno tendenze depressive, erano dotati di una maggiore capacità di empatia ed erano sensibilmente più produttivi rispetto a chi aveva ricevuto meno attenzioni durante l’infanzia. (fonte Huffington post). 

La mia esperienza

Io non mi sento una madre perfetta, non mi sento la madre ideale, mi sforzo ogni giorno di fare il meglio che posso per i miei bimbi e sono sempre insicura: avrò fatto la scelta giusta? Avrò sbagliato? Forse avrei dovuto fare così o cosà?

So soltanto una cosa. Quando i neonati piangono bisogna abbracciarli, stringerli, coccolarli il più possibile.

Quella bambina, non so nemmeno il suo nome, avrei voluto stringerla io tra le mie braccia. Chissà se si sarebbe calmata?

 

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di Annarita Carbone